I giovani reporter di Giugliano e il bosco che salvò la scuola

Antonio di Gennaro, 16 gennaio 2018

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 Poi c’è la storia del bosco che salvò una scuola, in mezzo alle campagne di Licola, e dei giovani reporter, con la loro professoressa Loredana; di un pugno di ricercatori che voleva capire se la terra era veramente perduta; e di un funzionario pubblico che ci credeva, e il bosco lo piantò davvero, per curare i suoli che erano feriti.

La “Don Salvatore Vitale”, è la scuola media di Licola, in via Madonna del Pantano, in mezzo ai polders bonificati negli anni ’30, una campagna verde strepitosa di canali, macchie ombrose di bosco e canneti, che sembrano i paesaggi del “Cucciolo” della Rawlings. La scuola è un piccolo campus ordinato, di palazzine basse color zolfo, uno dei pochi pezzi di Stato nella città dispersa del litorale; qui si spengono i fasti balneari della marina di Varcaturo, con la selva anarchica di insegne e villette, resta solo il frinire delle cicale.

Siamo a Giugliano, il comune diventato in meno di un trentennio, senza che alcun piano lo prevedesse, la terza città della Campania, la trentatreesima d’Italia; stando al rapporto sull’infanzia di Save the Children, una delle città più giovani del paese. Nella primavera 2014 il comune è commissariato, la rimozione dei rifiuti va in tilt, e via Madonna del Pantano diventa uno sversatorio. Ai bordi della strada di campagna, i cumuli di immondizia ogni giorno prendono fuoco, assieme agli alberi e gli sterpi, il fumo ammorba l’aria, invade le classi. Per protesta le famiglie ritirano i ragazzi, per una settimana la scuola resta deserta, poi l’emergenza in qualche modo rientra, ma la ferita rimane. Nel frattempo va in onda l’intervista di Carmine Schiavone a SkyTg24, il racconto di una terra avvelenata, la gente ora ha davvero paura, c’è tensione e rabbia, fare scuola qui è diventata una cosa davvero difficile.

Loredana Moio insegna lettere alla Vitale, è una di quelle donne serie e appassionate, che nella scuola pubblica credono ancora. E’ avvilita, non sa che fare, poi le viene un’idea. Orientarsi nel flusso impazzito di informazioni è difficile per un adulto, figurarsi per un adolescente o un bambino: senza una qualche comprensione, rimane solo la paura che paralizza, la manipolazione facile, la nevrosi. Per quanto difficile e faticoso, è necessario aiutare i ragazzi a ragionare, a sottoporre le notizie a un esame critico, e la strada che Loredana sceglie è quella del giornalismo, l’inchiesta sul campo: parte così il progetto “Giovani reporter”, Loredana lo presenta alla dirigente scolastica, che la incoraggia ad andare avanti. Così, i maggiori esperti in materia ambientale vengono invitati alla Don Salvatore Vitale, si sottopongono alle interviste scrupolose dei ragazzi, che poi scrivono in gruppo gli articoli, e montano i servizi filmati per You Tube.

Un incontro in particolare lascia il segno, è quello con l’agronomo Massimo Fagnano, docente alla Federico II, che dirige un progetto di ricerca europeo per fare il check-up della pianura campana, e capire se veramente la terra è ammalata. “Quello che ha colpito i ragazzi” mi dice Loredana “è la franchezza che Massimo ha avuto sin dal primo momento, precisando che lui avrebbe parlato solo delle cose che conosce, cioè di agricoltura. Esortando i ragazzi a pretendere da ciascuno le risposte giuste, perché sulla Terra dei fuochi tutti si improvvisano esperti, soprattutto di cose che non sanno, con i sacerdoti che parlano di salute e di prodotti agricoli, i medici di contaminazione dei suoli, gli scrittori un po’ di tutto.”

Massimo spiega ai ragazzi che i risultati del progetto, al quale lavorano un’ottantina di ricercatori, dicono che gli ecosistemi agricoli sono a posto, i prodotti agricoli, anche quelli delle campagne di Licola, sono sicuri; che è necessario profondere ogni energia nel combattere i roghi, mettere in sicurezza le discariche, ma la terra è sana, nonostante le speculazioni, le offese e la sciatteria. Insomma, i timori e le preoccupazioni vanno incanalati verso gli obiettivi giusti, ma non bisogna aver paura di tutto.

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Per i suoli agricoli poi, che effettivamente i criminali hanno sporcato – una trentina di ettari accertati sino ad ora – il progetto europeo propone l’impiego di piante e microrganismi per risanare e fare pulizia. Insomma, al posto di bonifiche costose, la soluzione è quella di piantare nuovi boschi, il primo sta crescendo proprio a Giugliano, vicino alla discarica Resit, a pochi chilometri dalla scuola San Salvatore Vitale, i giovani reporter sono invitati.

Ci sono anch’io il giorno della visita, ed è una cosa emozionante. I ragazzi arrivano in pullman, a fare gli onori di casa, assieme a Massimo e ai sui colleghi, c’e Mario De Biase, commissario alle bonifiche delle discariche di Giugliano. Mario è figlio di agricoltori, il padre coltivava ciliegi tra Marano e Carinola. E’ stato il primo, nel 2011, in largo anticipo sulla grande paura, a far analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità le pesche, le fragole, i friarielli e gli altri prodotti coltivati nell’area attorno alle discariche. Nel report dell’Istituto superiore risultò chiaramente che nessun campione risultava fuori norma o contaminato, fu pubblicato anche in rete, ma nessuno volle crederci.

C’è però un podere, in località San Giuseppiello, dove i camorristi, a cavallo degli anni ’90, sversarono fanghi di conceria provenienti dalla Toscana, sei ettari stupendi di frutteto, che sono ora sporchi di zinco, cromo e idrocarburi. Mario ha saputo del progetto europeo, vuole curare i suoli oltraggiati  impiegando i nuovi metodi. “Le tecniche tradizionali di bonifica, finiscono col distruggere il suolo agricolo, che viene scavato e portato via, oppure sigillato sotto un lastrone di cemento, come è successo all’Expo di Milano. E poi costano molto, e sono soldi che in questo momento lo Stato non ha. Ad ogni modo, la fertilità è persa per sempre, il risultato, alla fine, è l’urbanizzazione. Parliamo tanto di consumo di suolo, poi non facciamo niente per evitarlo”.

Detto fatto. Al posto del frutteto, i ricercatori dell’università, dopo aver analizzato il suolo palmo a palmo, impiantano a San Giuseppiello una fabbrica verde, fatta di ventimila pioppi, assieme ad erbe e microrganismi, che lavora instancabilmente a ripulire la terra, e tenere in sicurezza il sito. Durante tutto il processo, l’intero ecosistema è monitorato, in un esperimento a cielo aperto su un’area grande come dieci campi di calcio.

Ora i giovani reporter camminano tra i filari del pioppeto, è una mattina di sole, hanno preparato per Massimo e Mario una raffica serrata di domande, vogliono sapere come funziona, quali sono gli obiettivi e le difficoltà, filmano e registrano tutto, nell’intrico di foglie lucenti che tremano nel vento. “I ragazzi” mi dice Loredana “hanno il diritto sacrosanto di capire, altrimenti rimarranno disadattati a vita. Questo bosco è per loro l’esempio che i problemi ci sono, ma possono essere compresi e affrontati. Il lavoro da fare ora è con le famiglie, i genitori, che ancora incontrano difficoltà ad orientarsi, a recuperare un rapporto col territorio, a capire cosa è giusto fare”.

Dovremmo tutti, prima o poi, visitare il bosco nuovo di San Giuseppiello, un’area verde che non sarà espressione della grande storia, come Capodimonte o i Camaldoli, ma della cronaca amara dei nostri anni difficili. Dovremmo visitarlo prima o poi questo parco di sei ettari dove, mentre i suoli si rigenerano, un piccolo miracolo è comunque già avvenuto, con il paesaggio che ritorna al posto dello squallore, lo Stato si riappropria di un pezzo di territorio, i ragazzi della loro scuola, una terra impaurita sceglie di guardarsi in faccia, e riprendere finalmente il cammino.

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Il-protocollo-operativo-Ecoremed-una-strategia-per-il-recupero-dei-suoli-agricoli-contaminati

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La banca delle terre: come farla funzionare davvero

Antonio di Gennaro, 7 dicembre 2017

C’è un punto sul quale SVIMEZ ritorna ormai con insistenza in ogni rapporto annuale, e non riguarda i soldi ma gli uomini: a separare il Mezzogiorno dal resto del paese c’è un nuovo dualismo, quello demografico, nell’ultimo quindicennio il saldo migratorio negativo supera le 700mila unità, per i tre quarti sono giovani tra i 15 e i 34 anni, un terzo di questi è laureato. SVIMEZ chiama tutto questo “depauperamento del capitale umano”, la piramide demografica perde in basso il suo basamento di gioventù, il risultato è che anche i conti futuri sono a rischio, assieme a quel po’ di welfare che è rimasto.

Il decreto De Vincenti (” Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno”), che diventerà operativo con l’inizio del nuovo anno, è una risposta allo scenario drammatico che il Sud d’Italia ha davanti. In particolare, due provvedimenti – le misure per l’imprenditoria giovanile (“Resto al sud”), e quelle per l’affidamento ai giovani delle terre inutilizzate (la “Banca delle terre incolte”) – sono stati presentati dal ministro nel corso di un recente convegno a Napoli, ed oggetto di riflessione sulle pagine di questo giornale, con un approfondito articolo di Mariano D’Antonio.

Sulla banca delle terre è però il caso di ritornare. Con il suo decreto, il ministro De Vincenti rivede in qualche modo l’approccio della legge 154 del luglio 2016, che non ha dato finora grandi risultati, per evidenti errori di impostazione. Essa prevede infatti la vendita ai giovani, attraberso l’ISMEA, di circa ottomila ettari di terre incolte, di cui solo 150 circa in Campania, a prezzi sostanzialmente di mercato, con mutui agevolati.

Pensare di avviare i ragazzi all’attività agricola, indebitandoli a lungo termine, non è una buona idea: nelle agricolture più avanzate della nostra, quella francese o tedesca ad esempio, la proprietà della terra è un’eccezione, i tre quarti delle terre coltivate sono in fitto, mentre da noi è l’esatto contrario, ed è per questo che le nostre aziende sono più piccole e meno competitive, e il mercato fondiario è tendenzialmente rigido.

De Vincenti ha cambiato il meccanismo, puntando sul fitto delle terre di proprietà pubblica, anziché sulla vendita, con contratti di nove anni, rinnovabili per altri nove. E’ prevista anche la possibilità di prendere in fitto immobili in abbandono da almeno quindici anni, e terreni privati, non coltivati da più di dieci anni, previo naturalmente l’assenso dei proprietari. Il decreto prevede che siano i comuni a censire le terre pubbliche incolte, pubblicando l’elenco sul proprio sito, e predisponendo bandi per il loro affidamento a giovani tra i 18 e i 40 anni, che abbiano presentato un progetto di valorizzazione e reimpiego agricolo dei beni.

Funzionerà tutto questo? Ho provato a chiederlo a un amministratore che questo percorso già l’ha avviato. Antonio Montone dal 2005 è sindaco di Castello del Matese, un piccolo comune di mille e quattrocento abitanti, sul fianco del grande massiccio. Ha censito meticolosamente i 700 ettari di pascoli e coltivi di proprietà pubblica presenti nel suo territorio, che dai 500 metri di quota si arrampica fino all’altopiano di Campitello, al confine col Molise, attraverso valli di bellezza spettacolare, dove vola l’aquila reale. I suoli pubblici sono affidati a pastori e agricoltori, con regolari contratti, così da poter beneficiare degli aiuti europei. In particolare trenta ettari, in vetta, il comune li ha affidati ad una cooperativa di giovani (tre architetti, 2 psicologi, un laureato in scienze ambientali), che li gestisce assieme al rifugio e alla pista da sci.

“La cosa importante da capire è che rimettere in produzione le terre incolte è un’opera impegnativa e costosa. Un vero e proprio miglioramento fondiario. Questo significa che non basta dare in fitto le terre ai ragazzi, occorre anche un minimo di capitale finanziario, insieme all’assistenza tecnica. Insomma, si tratta a tutti gli effetti di una start-up”. Antonio ha ragione, ed infatti il decreto De Vincenti prevede che i giovani affidatari possano presentare richiesta di finanziamento sull’altro dei due strumenti, “Resto a Sud”, con la possibilità di ricevere 40mila euro (fino a 200 mila euro nel caso di società), il 35% a fondo perduto, il resto con un prestito a tasso zero.

Un punto debole del provvedimento potrebbe essere la dotazione finanziaria, perché per le attività agricole il decreto mette a disposizione, da qui al 2020, solo 50 milioni, rispetto ai 1.250 milioni stanziati fino al 2024 per le attività extra-agricole. Si tratta di un budget assai limitato, se si pensa che il decreto riguarda ben otto regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia), e da noi potrebbe bastare, se va bene, a finanziare nel prossimo triennio un centinaio di progetti.

“Un’altra difficoltà per i comuni chiamati a gestire il decreto” mi dice Nicola De Leonardis, leader della cooperativa “S. Giorgio”, che associa gli allevatori di Marchigiana, sugli altopiani del Fortore, “è stabilire quali sono le proprietà pubbliche realmente disponibili, perché molte sono gravate da usi civici, e la loro liberazione richiede uno specifico provvedimento regionale. Insomma, è necessaria una stretta collaborazione tra le istituzioni. Magari guardando all’immenso patrimonio ecclesiastico, anche la Chiesa potrebbe avere un ruolo nella promozione di una nuova imprenditorialità agricola nel Mezzogiorno”.

Secondo Pietro Ciardiello, direttore della Cooperativa Sole di Parete, leader italiano nella produzione di fragole, “la cosa determinante è integrare le diverse iniziative. La Banca delle terre incolte è un passo in avanti, se si aggiunge agli altri strumenti esistenti, come ad esempio gli aiuti europei per il primo insediamento dei giovani agricoltori, già previsti dal Programma di sviluppo rurale; o l’affidamento dei beni sequestrati alla camorra. Serve una politica unitaria, di lungo respiro. E’ importante che i progetti vengano seguiti nel tempo, capire cosa succede dopo, quante aziende vitali veramente nascono e sono poi in grado di camminare con le loro gambe”.

Peppino Pagano è uno che all’agricoltura c’è tornato, faceva l’albergatore, ora la sua “San Salvatore 1988” produce in Cilento, con tecniche biologiche, vini pluripremiati, insieme a olio e grano. “La terra da sola non basta, per avviare nuove aziende occorrono i capitali, i mezzi tecnici, le competenze. E soprattutto un tutor, una persona preparata e d’esperienza, che accompagni e consigli i giovani imprenditori nelle fasi iniziali”.

“Il decreto De Vincenti è un segnale, una piccola luce che si accende nel buio delle politiche per il Mezzogiorno” è il pensiero di Nicola Ciarleglio, coordinatore dell’Agenzia di sviluppo locale “GAL-Titerno”, che segue l’attuazione delle politiche comunitarie nelle colline del Sannio. “C’è da augurarsi che la macchina amministrativa sia in grado di gestire con celerità le nuove misure, la lentezza delle decisioni è attualmente il nostro principale handicap. L’altra cosa è l’attenzione per le donne: molte delle nuove aziende agricole, quelle che funzionano meglio, sono gestite da loro”.

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La Commissione bicamerale a San Giuseppiello

Venerdì 28 luglio la Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti è venuta in visita al sito di San Giuseppiello, a Giugliano, vicino alla discarica Resit. San Giuseppiello, sei ettari, è il più vasto intervento di fitorisanamento di suoli agricoli sino ad ora fatto in Italia. Assieme al commissario De Biase abbiamo raccontato ai membri della delegazione, al presidente Bratti, l’importanza di questo sito: la dimostrazione che gli strumenti per rimettere a posto i suoli e il paesaggio disastrato ci sono, con costi estremamente contenuti rispetto alle tecniche tradizionali di bonifica che, tra l’altro, il suolo finiscono di distruggerlo. Molti commissari ci hanno chiesto perché questa esperienza sia così poco propagandata. Una cosa importante di San Giuseppiello è che i monitoraggi sul sistema suolo-vegetazione ci stanno aiutando a comprendere meglio come misurare la biodisponibilità dei potenziali contaminanti, che è il solo parametro che conta, non certamente i contenuti totali delle tabelle del decreto 152, che non servono proprio a niente. Un dialogo importante è iniziato, è stata netta la sensazione di una grande concordanza sulla lettura dei problemi, delle priorità, sulla strada da fare.

Vedi anche l’articolo su Horatiopost: https://horatiopost.com/2016/04/08/s-giuseppiello-7-aprile-2016/

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PICCOLI AMICI DAL CILENTO

Sono venuti a trovarci a San Giuseppiello i ragazzi di prima media dell’istituto comprensivo “Teodoro Gaza” di San Giovanni a Piro. Avevano sentito parlare del bosco verde che pulisce i suoli, volevano vederlo, hanno fatto una sottoscrizione per noleggiare l’autobus, sono partiti al mattino alle 7.00 con i professori e la preside, alle 10.00 erano a Giugliano, vispi e allegri, ci hanno fatto un sacco di domande serie, abbiamo trascorso insieme una bellissima mattinata. Grazie piccoli amici, ci vediamo in Cilento!

 Teodoro Gaza piccola
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ECOREMED a Caserta

Programma ECOREMED Caserta 29 maggio light

Lunedì 29 maggio appuntamento all’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, Via Vivaldi, Caserta.

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Uno schema smontato

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 24 maggio 2017

La pubblicizzazione martedì scorso dei dati del Registro Tumori Infantili della Campania per il quinquennio 2008-2012 rappresenta un momento importante, decisivo nella vicenda della cosiddetta terra dei fuochi. Al di là del merito delle conclusioni cui è giunta l’equipe guidata da Mario Fusco e Francesco Vetrano, per la prima volta disponiamo di una base di dati ufficiali, elaborati e validati secondo le procedure definite dall’Organizzazione mondiale della Sanità, dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro, e dalle principali reti ed associazioni europee ed italiane dei registri tumori.

L’elaborazione, con procedure sottoposte a severi controlli di qualità, e debitamente certificate, di circa tre milioni di dati, tra schede ospedaliere, referti di anatomia patologica, certificati di decesso ed altre fonti accessorie, evidenzia che in Campania, nel periodo 2008-2012, l’incidenza dei tumori maligni nei bambini e negli adolescenti è in linea con quella osservata in Italia, e che non emergono differenze significative, rispetto alla media regionale, tra le cinque province, sia nella fascia di età 0-14 che in quella 15-19 anni.

Ancora, la mortalità per tumore maligno, nei bambini e negli adolescenti in Campania è di poco inferiore, di fatto sovrapponibile, a quella registrata in Italia. In ultimo, nei 90 comuni della cosiddetta Terra dei fuochi, dove vive il 60% dei bambini e dei ragazzi campani, l’incidenza e la mortalità per l’insieme dei tumori infantili maligni è in linea con quella osservata in Italia e in Campania, sia nei bambini che negli adolescenti.

Una delle difficoltà che i medici e i tecnici del Registro Tumori Infantili ha dovuto affrontare è legata alla bassa numerosità dei casi: i tumori dell’infanzia e dell’adolescenza sono un evento raro e rappresentano circa il 2% di tutti i tumori maligni che insorgono nell’arco della vita di un uomo. Questo significa che i numeri assoluti su cui si lavora sono piccoli, e questo richiede l’impiego di strumenti analitici rafforzati, sofisticati, mirati.

Ad ogni modo, i dati resi noti martedì dicono che non è possibile sostenere l’esistenza di picchi di incidenza e di mortalità per i tumori infantili, in Campania rispetto al resto d’Italia, e tantomeno nei comuni della Terra dei fuochi rispetto al resto della Campania. E’ questo un secondo importante elemento di verità, in tutta questa dolorosa vicenda, dopo i monitoraggi e le analisi che hanno completamente scagionato la filiera agro-alimentare della piana campana. Uno alla volta quindi, gli elementi dello schema ferreo che ci è stato raccontato in questi anni, fatto di suoli e acque contaminati, di prodotti agricoli insani, di salute pubblica minacciata, vengono progressivamente smontati, non sulla base di suggestioni letterarie, ma di un flusso imponente di dati scientifici.

Questo significa che è arrivato il momento di smetterla. Le centinaia di ricercatori che hanno contribuito a questa immane opera di studio ed analisi, non sono più sbrigativamente qualificabili come una banda di negazionisti, ma piuttosto come cittadini che hanno responsabilmente messo a disposizione le proprie competenze per fornire alla comunità intera e ai suoi amministratori elementi di comprensione e strade di uscita, piuttosto che scenari  indeterminati e inconcludenti di apocalisse, di compromissione definitiva dei paesaggi e degli ecosistemi di Campania felix.

Per il resto, c’è poco da rallegrarsi. L’area metropolitana di Napoli, la seconda del paese dopo quella milanese, resta a scala europea ed italiana una grande area di sofferenza economica, sociale, territoriale. Nei centoventi comuni che si sono saldati, da Caserta alla piana del Sarno, si vive male, con i due terzi della popolazione regionale stipata sul 12% scarso del territorio, tra vulcani che incombono e versanti che franano, con la metà delle famiglie a rischio di povertà relativa, in una conurbazione desertificata di lavoro, servizi e manutenzione, dove la spesa pubblica pro-capite è comunque inferiore di un terzo a quella media nazionale.

I dati che i tecnici valorosi del Registro tumori ci hanno fornito servono anche a questo, a mettere da parte le narrazioni mitologiche, a guardare alla nostra terra e ai suoi veri problemi con occhi asciutti, a darci gli obiettivi giusti, a non perderci per strada, lavorando tutti insieme ad una politica, a un progetto realistico di riscatto.

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